Il destino di un guerriero

httpwwwtechissimocomwp-contentuploads200903il_destino_di_un_guerrieroCorre il XVII° secolo e l’impero spagnolo manda i suoi soldati a difendere le frontiere conquistate col sangue.

Diego Alatriste è un soldato coraggioso e fedele; persino quando sa che un’impresa è un suicidio la compie comunque, perché l’unica cosa che possiede è la sua reputazione di valente spadaccino e, per il resto, al mondo non ha niente e nessuno da perdere.

Almeno fino a quando il compagno di battaglie Balboa non finisce vittima di un’imboscata nelle gelide Fiandre e non gli raccomanda suo figlio Iñigo, perché lo cresca e gli eviti di divenire un soldato.
Al ritorno a Madrid, però, Alatriste incontra un impero in rapido declino: la corruzione è legge e gli intrighi di corte trovano un saldo alleato nella Santa Inquisizione. Tradimenti, morti e violenze si consumano in nome del “Re Nostro Signore”, un sovrano indifferente, pericolosamente elevato al rango di un dio.
Quando, nel corso di una missione mercenaria, risparmierà le vittime predestinate intuendo la presenza di un imbroglio (si scoprirà che non sono eretici ma nobili d’Inghilterra), finirà per condannarsi a morte con le sue mani.

È solo questione di tempo. Ed è proprio in questo arco di tempo che si srotola il plumbeo affresco del Siglo de Oro, dipinto dal regista di “Nessuna notizia da Dio”, Agustín Díaz Yanes, a partire da cinque racconti di Arturo Pérez-Reverte.
Tra poche grazie e ben più numerose disgrazie, guardiamo i destini di Diego e Iñigo procedere allineati e poi urtarsi, riscattarsi, distruggersi entrambi per mano femminile e, a fatica, risollevarsi. Il dispiegamento di mezzi è notevole, crude ed efficaci le ricostruzioni delle imprese belliche. Una menzione speciale va anche alla fotografia di Paco Feménia, decadente come il potere che ritrae, apprezzabile tentativo di omaggiare il citato Velàzquez. Ma –ahi noi- l’encomio finisce qui.
Per il resto Alatriste manca del quid in grado di riscattarlo dallo status di cine-polpettone, si limita a mettere in scena un debole conflitto tra grandezza (morale) e grandeur (imperiale) e senza il suo protagonista, Viggo Mortensen, si può scommettere non si reggerebbe in piedi. Gli abiti infangati di questo novello Zorro, solo più povero e spregiudicato, calzano su Mortensen come fossero nati per lui e il castigliano gli esce fluente di bocca, grazie ai nove anni trascorsi in Argentina da bambino.

Sfigura, al confronto, l’italiano Enrico Lo Verso nei panni del mercenario palermitano Malatesta, forse inserito come rimembranza del cinema glorioso di Freda e Cottafavi.
Come il protagonista al suo sovrano, il regista ha peccato di cieca fedeltà al genere: realizzando un film di cappa e spada che si prende troppo sul serio, omaggia il crisma del romanticismo sventurato e segue l’eroe di turno fino all’ultimo mortal sospiro, Augustin Dìaz Yanes non ha realizzato un classico ma piuttosto un film risorto dal passato, incapace di disancorarsi da esso.

Guardalo in streaming: http://www.megavideo.com/?v=5BVWSV2I


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